Solo film da un fumetto?
Quando Christopher Nolan decise di accettare la scommessa di ripensare, rivedere e provare a rilanciare il cosiddetto franchise di Batman, nessuno poteva pensare che l’operazione -nelle sue intenzioni ed in quelle del fratello cosceneggiatore e della moglie coproduttrice- potesse prestarsi soprattutto a porre allo spettatore stimolanti interrogativi morali assieme ad intense intuizioni.
Fra le tante delineate in questi giorni (inclusa quella politica, più da giochino estivo che altro) quella che, probabilmente, non è stata esplorata a dovere è una possibile lettura “religiosa” dei due films che fin qui Nolan ci ha regalato, riuscendo (da grande cineasta) contemporaneamente ad offrire l’azione e la tensione che tutti i fans del fumetto e del personaggio pretendevano da due films dell’Uomo pipistrello.
Certo: sono consapevole che del rischio che mi assumo parlando qui di simili cose.
Ma, trovando onesto (e peraltro piacendomi) giocare a carte scoperte, è appena il caso di precisare che confluiscono in queste parole due passioni: quella decisiva e vitale per il Cristo e per la Chiesa e quella, marginale, ma coinvolgente, per le gesta di un personaggio che mi è caro dall’infanzia.
Normale, quindi, che mi lasci un po’ troppo andare, con il rischio di forzare qualche interpretazione.
Per altro verso, sarebbe altrettanto poco onesto -lo vedremo- far finta di non essere rimasti colpiti da molte cose di questi due films che paiono richiamare in modo esplicito quelli che un antropologo chiamerebbe “miti” od “archetipi” religiosi.
Batman Begins
Tanto per continuare a giocare d’anticipo: è impressionante che il primo dei due films (Batman Begins) inizi con la scena di un bambino e di una bambina (l’innocenza, insomma) che giocano in un giardino e che il primo, in fuga dalla seconda per averle soffiato un reperto appena trovato (la punta di una freccia), sia vittima di una caduta rovinosa in un pozzo buio, collegato con una caverna.
Ed è impressionante che, a questa “caduta” (in ogni senso) segua la paura provocata (ed instillata) nell’animo e della memoria inconscia del bambino dal volo impazzito di quei pipistrelli che, meglio di ogni altra bestia, danno l’idea degli angeli alati ma decaduti….
Il soccorso -chiamato dalla bambina- viene prestato dal padre del ragazzo che si cala nell’abisso per recuperarlo. La morale (un medico) ricavata dal padre per il figlio è “cadiamo per imparare a rialzarci”.
Non c’è bisogno che mi dilunghi troppo: l’inizio del film ha assonanze chiare con l’inizio biblico.
Due temi
Dalla caduta in poi i temi che Batman Begins sviluppa sono fondamentalmente due: la paura ed il rapporto con il proprio padre.
Non a caso i due villains scelti per al ripresa del franchise sono lo Spaventapasseri e Ras ‘al Gul.
Il primo -con gli effetti delle sue tossine chimiche ed il suo scopo di controllo della mente sul corpo- rappresenta il modo con il quale il terrore “deforma” la realtà, lasciandoci nell’incapacità (fino alla morte) di agire e di reagire.
Bruce-Batman si illude in un primo momento di potervi far fronte da sé stesso (con l’aiuto della tecnologia e di tecniche orientali del controllo della psiche), ma scopre che -in realtà- a paralizzarlo davvero è la paura di cadere: come in quel pozzo, da piccolo.
Subito dopo quell’evento è il padre Thomas a rassicurarlo con una frase (“perché cadiamo? Per imparare a rialzarci”), che merita -lo vedremo- qualche considerazione.
Ma Batman “cade” -intossicato- dall’appartamento anche dopo il suo primo scontro con il dott. Crane (lo Spaventapasseri), prima che -anche qui dal torpore del dolore e della paura che lo avevano stordito- sia un altro “padre” (quello putativo, il maggiordomo Alfred) a svegliarlo.
Ma Bruce “cade” (portando alla distruzione la propria casa dopo un’azione imprudente) anche dopo l’assalto di Ra’s al Gul a Villa Wayne.
Lo salva nuovamente Alfred il quale, sempre dopo averlo svegliato, ad un Bruce sconfortato e pentito per la sua caduta, pronto a rinunciare alla sua missione, gli ripete esattamente la frase del padre: “perché cadiamo?...”.
La superbia non si limita a farci “cadere”: molto spesso ci impedisce di rialzarci, di riprendere il combattimento, convinti di non esserne stati “all’altezza”.
Il padre che ci rialza
C’è però un padre che ci aiuta a rialzarci; che è ben consapevole e critico, esigente, come Alfred la sera dell’incendio in cui la casa viene distrutta, ma che sa farsi trovare a fianco dei suoi figli quando essi sono deboli, nel bisogno, nel dolore che segue ogni “caduta”.
Alfred sarà lì, presente come nel fumetto, anche nei momenti topici del Cavaliere Oscuro.
E ciò ci porta all’altro fuoco di Begins: il rapporto con il padre, raffigurato in tre forme.
Quella di Thomas Wayne, il cui spirito generoso, altruista e retto aleggia nel film richiamato da altri personaggi (da Alfred ma, soprattutto, da Rachel Dawes), funge da riferimento per le azioni di Bruce ma, soprattutto, come ispirazione del suo amore e del suo senso protettivo verso Gotham City e verso la sua gente.
In modo speculare rispetto alla sua figura si pongono Alfred e Ra’s al Gul.
Il maggiordomo di Villa Wayne, sentendo la responsabilità dell’affidamento del figlio, evoca Thomas, riferendosi a Bruce come portatore (oltre che del ricordo) anche della filosofia e degli obiettivi del padre.
Ra’s (un “padre” ambiguo perché -pur formando Bruce- nasconde la sua identità sotto le mentite spoglie di Henri Ducard ed è animato dalla vendetta) cerca invece -nel periodo in cui Bruce è sotto il suo addestramento- di sminuirne il ruolo e, addirittura, di incolparlo della sua stessa morte, per non aver agito contro il male e contro la decadenza morale e civile di Gotham con quella decisione e quella spregiudicatezza che, ritiene, debbano sempre essere anteposte alla compassione.
Non è difficile vedere nella critica (e nella missione stessa) di Ra’s-Ducard e della sua Setta delle Ombre la più totale disistima per l’uomo e per l’umanità, da guidare ed “educare” proprio attraverso la paura, l’intimidazione, a costo della sospensione della legalità e dell’indulgenza che invece portò Thomas Wayne a svenarsi e quasi a fallire per consentire a Gotham di rialzarsi.
E non ci pare azzardato dire che questa critica è molto simile a quella -alla quale spesso si è tentati- che si fa alla Divinità: un bel “fuoco purificatore” (sono parole di Ra’s al Gul), per riprendere tutto daccapo.
La scelta di Bruce è fatta nel momento in cui Ducard-Ra’s gli chiede di decapitare un ladro ed omicida: Wayne si rifiuta di farlo, decidendo da allora di darsi un’unica regola d’oro, non uccidere neanche il proprio nemico.
È quanto Batman farà con Ra’s, si nel primo combattimento che nello scontro finale del treno che porta alla Wayne Tower, ultimo baluardo dell’eredità di Thomas Wayne, dove si trova la centrale idrica della città.
Eredità che Bruce, finita la lotta, decide di voler ripristinare ricostruendo Villa Wayne “com’era prima” salvo che per il consolidamento del luogo nel quale egli si preparerà, volta per volta, a seguire la sua missione.
Altri spunti
Non mancherebbero altri interessanti spunti da approfondire nel film, come il personaggio di Rachel Dawes, tratteggiato non senza ambiguità: “Eva” e “madre” insieme, coscienza critica di Bruce e sola, assieme ad Alfred, a conoscere il suo segreto.
Li lascio volentieri per dedicarmi al secondo film di Nolan, il seguito ideale, il cui successo di queste settimane -planetario- è davvero meritato.
Il Cavaliere Oscuro
È un film che non lascia indifferenti: non solo tecnicamente (per le riprese, le interpretazioni, la fotografia, la sceneggiatura, il montaggio e la regia, oltre che per le musiche) ma per i messaggi che, in una storia senza respiro, vengono trasmessi.
Nolan decide di tratteggiare Joker -la nemesi di Batman- in un modo che non può lasciare indifferente un cristiano, troppo forte è la sua connotazione quanto meno nichilista se non addirittura diabolica.
L’inizio del film, ancora una volta, è altamente evocativo.
Prima di occuparcene, per omogeneità del discorso, è appena il caso di anticipare quanto segue immediatamente dopo il prologo.
Gotham è -con l’azione di Batman- una città che ha ripreso a sperare. La sua anima perversa e criminale è sotto scacco, sì che basta che il tenente Gordon attivi il batsegnale luminoso verso il cielo per far desistere i criminali dai loro intenti. Il simbolo del pipistrello e quanto esso evoca ha la forza di trattenere il male, di contenerlo, di comprimerlo sempre di più.
Ed è in questo contesto che fa il suo ingresso nella scena il Joker.
Una personalità senza origini e senza fine?
Già il collocare il criminale in un contesto volutamente separato dal resto del film (e dal contesto appena descritto) è un indizio di quello che il personaggio potrebbe rappresentare.
La scena della rapina, infatti, è stata definita il prologo del Cavaliere Oscuro ed è stata da esso “separata” al punto da essere persino inclusa nel blue ray disc di Batman Begins (oltre che essere stata anticipata nel web settimane prima del lancio del film).
Non mi pare una scelta casuale, avendo (anche alla luce delle altre sortite e battute del personaggio) il vago sentore del “secondo istante”, rispetto all’inizio del fluire del tempo.
Ambiguo, a conferma di questo tempo-non tempo, è anche il modo di stare nella realtà, la presenza nella scena di Joker.
Egli è fisicamente presente, ma è continuamente evocato dai suoi compari di rapina, i quali pensano che -invece- stia da un’altra parte ad aspettare che gli portino il bottino del piano da lui stesso ideato.
Nella sceneggiatura viene data alla sua presenza “fisica” (o, se volete, alla maschera che lo raffigura e che ne copre il vero volto) tutto un altro nome.
C’è ma è nascosto, presiede e supervisiona la rapina, da lui organizzata in modo tale da poter godere esclusivamente da solo dell’intero bottino.
E, per farlo, egli ha sussurrato a ciascuno dei suoi complici che, man mano che uno di loro completava il suo compito, doveva essere ucciso dall’altro.
Una completa manipolazione che lo porta ad uscire da solo con l’intero bottino.
Non prima di aver proferito la prima, illuminante, battuta della sua parte.
Il direttore della banca rapinata (un deposito della mafia), steso ferito a terra gli rinfaccia la perdita dell’onore, del “codice” che pure i mafiosi ed i delinquenti hanno, nel rispetto di determinate gerarchie, finendo col domandargli a cosa lui creda veramente.
La risposta è “credo che ciò che non ti uccide ti fa sentire strano”.
Una frase senza senso che, però, curiosamente, in una prospettiva religiosa (e cattolica) sembra assumerlo.
Non può essere “ucciso” chi è già morto e sperimenta la morte come condizione permanente e profonda.
Una condizione che è propria del diavolo e dei suoi adepti. Fra i quali non necessariamente è dato includere solo angeli di luce, ma anche uomini, lucidamente consapevoli della loro condizione da non fare alcuna differenza fra la morte e la vita, sicchè -appunto- non serva a nulla ucciderli.
Questa mi sembra la descrizione più efficace di questo nuovo personaggio, il quale finisce con l’imporsi anche sulla più attrezzata e pericolosa criminalità organizzata di Gotham in virtù del suo essere completamente slegato dalle regole.
“Non è ucciso” neanche chi non è mai nato. E, pertanto, Joker non ha origini.
Quelle che di volta in volta evoca si riferiscono alle sue cicatrici, non a lui: e sono menzogne inventante sul momento, costruite ed adattate all’interlocutore: a Gambol viene propinata l’aggressione paterna, a Rachel l’autolesione per amore di una donna.
La spirale contorta del male
Egli elimina chi -come il mafioso Gambol- gli ringhia contro e lo minaccia, e seduce (con la sua offerta di eliminare Batman) tutti gli altri, al punto da rendersi indispensabile quando l’uomo pipistrello (altra entità “senza limiti”), alleato con il procuratore Harvey Dent e con il tenente Jim Gordon, sta per assestare al crimine il colpo mortale.
Per i malavitosi d’elite di Gotham, Joker è un’imposizione, una seduzione e, al tempo, una scelta di disperazione, senza ritorno.
Egli finirà, ad uno ad uno, per fagocitarli tutti, come i ladri della rapina iniziale, imponendosi e mettendo nel mirino l’intera città.
Ma, acuto com’è, non lo farà per i soldi, per il potere, per i vantaggi materiali.
A lui interessa l’anima di Gotham, di ogni singolo abitante e, in particolare, l’anima dei suoi figli prediletti, Harvey Dent in testa.
Ne sono un indice la scena dei traghetti (in cui Joker piazza due cariche esplosive), nella quale ai passeggeri dell’uno -una nave di civili- viene dato il detonatore che fa esplodere la carica presente nell’altro (pieno di detenuti del penitenziario criminale), e viceversa.
“Un esperimento” sociale, spiega il clown, che maschera in realtà un contorto esperimento morale.
La (supposta) equità del caso
Ma né è prova la scena in cui l’incorruttibile procuratore di Gotham (il suo Cavaliere Bianco), già sfigurato per metà e devastato nell’anima dalla morte della donna da lui amata, viene “abbassato al suo livello” con il trabocchetto dell’ “equità” del caso, rappresentato dalla moneta alla quale Due-Facce affiderà ogni sua scelta successiva.
Una variazione del canovaccio dell’assenza e dell’inutilità -se non della dannosità- di ogni “piano” (quand’anche fosse, azzardo, quello divino), che si rivela inadeguato nei momenti in cui qualcosa sfugge al controllo: il “caso” ed il suo scegliere fra due opzioni opposte secondo la caduta della moneta è, per Joker, una soddisfacente ricaduta del “caos”. Si che, per poter finalmente rapinare l’anima di Dent, il pagliaccio affida al primo lancio della moneta -in questa prospettiva- la sua stessa vita-non vita, facendosi puntare alla tempia una pistola da Due-Facce.
Nelle battute affidate al povero -ma straordinario- Heath Ledger, nulla è lasciato al caso, neanche l’accenno all’odio verso il padre.
Ma è ulteriormente rivelatore della sua natura sovvertitrice di ogni morale (sia essa episodica che personale o sociale), il rapporto che Joker ha con Batman.
L’irrefrenabile e l’inamovibile
Sovvertire vuol dire, anzitutto, “capovolgere” è, quindi, Joker inizia il suo confronto nell’interrogatorio con Bruce-Batman “rimproverandolo” per non aver impedito a Dent di assumere la sua identità oltre che per aver permesso, non sottostando al ricatto, che venissero uccisi degli innocenti.
Questa petulanza -tanto parruccona se messa in bocca ad un personaggio amorale come lui- è, in verità, uno dei tratti più distintivi del demoniaco, capace di manipolare i fatti e la realtà a suo uso e consumo. Batman non riusciva a comprenderlo, nonostante lo abbia studiato, sicchè è ancora Alfred a coglierne i tratti definendolo un uomo “che vuole solo veder bruciare il mondo”: e l’uomo pipistrello non fa tesoro del consiglio neanche nell’interrogatorio, accusando Joker di agire per soldi.
La risposta è subdola e suadente al tempo: il pagliaccio, infatti, gli svela di non aver agito per denaro, ma perché si ritene “in anticipo su tempi” (altra battuta eloquente) in cui conta davvero la volontà di vivere senza regole, di scombinare gli schemi, proprio come -in fondo- lo stesso Batman.
Quest’ultimo presto non servirà a Gotham che, passata l’emergenza criminale, lo rigetterà e lo rifiuterà -come ha già fatto, secondo Joker- come un mostro, un alieno, un diverso, rivelando la natura meschina e povera dei suoi abitanti.
È evidente l’intento, l’ennesimo, di creare turbamento morale nell’interlocutore, di instillare dubbi che, in effetti, Bruce aveva coltivato (pronto com’era a rivelare la sua doppia identità); di distoglierlo dalla sua missione, marcando la sua presunta inadeguatezza e l’assenza di riconoscenza della città.
La reazione di Batman -però- è ferma: proseguire nel suo scopo, seguendo l’invito di Alfred (“resistere”), e puntare all’obiettivo di trovare e liberare Dent, resistendo alla tentazione di violare anche la sua unica regola (non uccidere).
Un finale “cristiano”?
Molti sostengono che, alla fine della storia narrata dal film, Joker ha avuto ragione ed ha vinto, avendo corrotto e sviato Harvey Dent nel momento in cui egli era più vulnerabile.
Ma tutto è riportato in parità, se non capovolto, dalla scelta dei passeggeri dei due traghetti di Gotham, i quali decidono autonomamente di rinunciare far saltare in aria chi potrebbe farli esplodere, rischiando così una morte comunque certa, per mano del pagliaccio.
Hanno preferito morire nell’innocenza, a costo di morire. “Morire da eroi” piuttosto che “diventare i cattivi”: una delle prime battute di Dent, riferita a Batman.
E quest’ultimo, nello scontro finale, lo sbatte in faccia al suo nemico, sentendosi così rivelare da lui che Dent è caduto e si è pervertito.
“Assicurato” (e non ucciso…) Joker, Batman corre a salvare Gordon e la sua famiglia dall’ira pervertitamente “giustizialista” di Due-Facce.
Nello scontro quest’ultimo cade (morto?), ma -con la reputazione e l’anima stessa di Harvey Dent- tutto sembra perso per Gordon: l’esito del processo e la speranza di un futuro per Gotham.
È qui che Batman decide di assumere su di sé la responsabilità ed il peso degli omicidi che, nel frattempo, l’ex procuratore distrettuale ha compiuto come Due-Facce. A costo di venire perseguitato ed inseguito dalla polizia di Gotham come un omicida e come uno dei criminali a cui ha dato la caccia.
Non è vero: ma non ha importanza, perché Gotham, tutti e ciascuno dei suoi abitanti, hanno bisogno della figura nobile di Harvey Dent, di un Cavaliere Bianco.
E tutto questo assomiglia ad un farsi peccato, essere trattati da peccato, pur non essendolo.
Un messaggio, in fondo anche questo, molto cristiano.